La nicchia - numero 114 - Tutti gli altri che potevo essere, perché la vita non basta

2026-02-08 09:00

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Rivista letteraria, daniela-bianco,

La nicchia - numero 114 - Tutti gli altri che potevo essere, perché la vita non basta

In margine a “gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoaˮ, di Antonio Tabucchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parigi, anni ’60. Sulle bancarelle nei dintorni della Gare de Lyon un giovane studente universitario scova il poema Tabacaria del poeta portoghese Alvaro de Campos. Lo studente è Antonio Tabucchi e quel libro cambierà la sua vita.

 

Può uno scrittore che ancora non sa di essere uno scrittore innamorarsi di un poeta?

 

 Non sono nulla, non sarò nulla, non posso voler essere nulla.

 A parte ciò ho in me tutti i sogni del mondo.

 

 Possono un paio di versi cambiare il corso di una vita, esplodere un talento che è ancora assopito nel petto?

Sì.

 

Folgorato da Alvaro de Campos, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa, Antonio Tabucchi imparò la lingua portoghese, sposò una donna portoghese, visse fino alla morte sei mesi l’anno a Lisbona e gli altri sei in Toscana dove insegnò lingua e letteratura portoghese all’università di Siena. Scrisse romanzi ambientati in Portogallo e studiò per tutta la sua vita quella complessa e straordinaria di Fernando Pessoa, scrittore e poeta di cui ancora oggi viene ritenuto il maggior critico nonché il più raffinato traduttore della sua opera.

 

Ma di cosa voglio parlare io qui? Non di Tabucchi e non di Pessoa. Io voglio parlare di una lettura- gioiello: Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa.

 

La struttura del romanzo è tanto semplice quanto suggestiva: nella stanza di ospedale che accoglierà i suoi ultimi giorni, Fernando Pessoa riceve uno dopo l’altro i suoi eteronimi.

 

Li attende per un ultimo saluto, un chiarimento, un perdono. Pessoa non li ha creati, non sono personaggi che egli conduce in mille narrazioni immaginandoli con dovizia di particolari.

 

Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro , Antonio Mora e tutti gli altri sono parti di quella moltitudine che  è  Pessoa, e come per gemmazione si sono separati da lui assumendo una vita propria in grado, a volte, di sopraffare quella dello stesso poeta.

 

Dunque Tabucchi mette sulla pagina il congedo di Pessoa e la consacrazione all’immortalità dei suoi eteronimi in un testo che è un atto d’amore nei confronti dell’uomo, innanzitutto, e poi del poeta più affascinante ed enigmatico del 900.

 

Magnifico è l’incontro con Alvaro de Campos, il poeta ingegnere che prese il sopravvento sullo stesso Pessoa al punto tale da scrivere una lettera alla fidanzata Ophelia che determinò la rottura della loro relazione sentimentale. “Allora ti assolvo, disse Pessoa, ti assolvo, credevo che nella tua vita tu avessi amato solo la teoria. No, disse Campos avvicinandosi al letto, ho amato anche la vita (…) Ti assolvo, Alvaro, vai con gli dei sempiterni; se tu hai avuto degli amori, se hai avuto un solo amore tu sei assolto, perché sei una persona umana, e la tua umanità ti assolve.”  E Campos si congeda così: “Oggi sono qui al tuo capezzale, come uno straccio inutile, ho fatto le valige per nessun luogo, il mio cuore è un secchio svuotato

 

E’ poi la volta di Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Bernardo Soares; a turno, con tenerezza e gratitudine, salutano Pessoa, rassicurandolo che continueranno a vivere perché lui li ha resi immortali.

 

Per ultimo, quando la fine è ormai imminente, l’incontro con Antonio Mora, che vibra di dolcezza; chi è Tabucchi e chi è Pessoa non conta più: parla la stessa persona. Del resto, in portoghese, Pessoa significa persona.

 

Ave o sodale, mi permetto di penetrare nei tuoi sogni. Fleba il fenicio, morto da quindici anni, dimenticò il grido dei gabbiani e il flutto profondo del mare per dirmi della tua sorte, o grande Fernando. So che ti attendono le acque dell’Acheronte e poi il vortice furibondo degli atomi nel quale tutto si disperde e tutto si ricrea, e tu forse ritornerai nei giardini di Lisbona in quanto fiore che fiorisce in aprile o forse come pioggia sui laghi e sulle lagune del Portogallo e io, passeggiando, ascolterò la tua voce percorsa dal vento.”

 

E Pessoa a Mora: “Caro Antonio Mora, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro di immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, sono stato uomo, donna, vecchio, bambino, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’occidente, sono stato il placido Buddha dell’oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto  onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi ed impervie montagne, ho guardato placide greggi ed ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato il sole e la luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro Antonio Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali”.

 

Pessoa morì a 47 anni a Lisbona, il 30 novembre 1935. Le biografie riportano che l’ultima frase che scrisse fu in inglese “ I know not what tomorrow will bring” (non so cosa porterà il domani) e le sue ultime parole, all’infermiera al suo capezzale, furono, appunto, “ mi dia i miei occhiali”.

 

Daniela Bianco

Giorgio Anelli

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