La nicchia - numero 115 - Amazzoni nella douce France: Natalie Clifford Barney e Marina Cvetaeva

2026-02-15 12:25

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Rivista letteraria,

La nicchia - numero 115 - Amazzoni nella douce France: Natalie Clifford Barney e Marina Cvetaeva

Tutta una serie di riflessioni sull’amore al femminile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’inverno del 1930, a Parigi già da cinque anni, Marina Cvetaeva viene introdotta dall’amica Elena Aleksandrovna Izvol’skaja, agli incontri presso la scrittrice di origine americana Natalie Clifford Barney (1876-1972). All’auditorio cosmopolita di intellettuali e artisti, Cvetaeva legge ad alta voce il suo neo-nato poema Il ragazzo (Le gars), ma la lettura si rivela un totale insuccesso.[1]

 

Natalie Clifford Barney, che si era trasferita dagli Stati Uniti in Francia nel 1899, animava con eleganza e raffinatezza la vita culturale parigina nel suo hôtel privé al 20 di rue Jacob, sulla rive gauche. Ogni venerdì pomeriggio riceve gli invitati al Temple de l’Amitié, piccolo pavillon del giardino. Fra i suoi ospiti ci sono intellettuali, artisti, scrittori e scrittrici come Guillaume Apollinaire, Blaise Cendrars, Colette, James Joyce, Rainer Maria Rilke, Gertrude Stein, Tagore, Gabriele D’Annunzio, Paul Valéry, André Gide, Louis Aragon, Djuna Barnes, Marguerite Yourcenar, Vita Sackwille-West. Spregiudicata, originale e grande seduttrice, Barney, fin dal primo libro di poesie aveva cantato e glorificato l’amore saffico. Nel 1914 lo scrittore e critico letterario Remy de Gourmont, follemente innamorato di lei, le dedica le Lettere all’Amazzone (Lettres à l’Amazone, 1914) a cui Clifford Barney risponde con i Pensieri di un’Amazzone (1920) dove esalta la felicità e addirittura il privilegio dell’amore fra donne.[2]

 

È questo il testo che Marina Cvetaeva prende a riferimento della sua Lettera all’Amazzone per tutta una serie di riflessioni sull’amore al femminile, e sull’amore tout court, pur non citando mai esplicitamente Barney, e anche se la figura dell’Amazzone le era certo assai cara fin dall’infanzia.[3]

 

Non ci sono molte notizie sul rapporto amicale fra Natalie Clifford Barney e Marina Cvetaeva. Certo Cvetaeva in quegli anni Trenta, conosceva una vita difficile, di miseria e di isolamento – ignorata da scrittori e intellettuali francesi e malvista o a malapena tollerata dal milieu dell’émigration russe, – e lo spirito e l’atmosfera di quegli incontri non dovevano esserle particolarmente congeniali, tuttavia la stessa Clifford Barney, nel 1931, aveva preso il relais di un comitato che provvedeva ad aiuti finanziari alla vita di Cvetaeva.

 

 

1. Il progetto

 

Una prima stesura della Lettera all’Amazzone risale al novembre-dicembre 1932, ma durante quello stesso inverno Cvetaeva rielabora anche, traducendolo in francese, un gruppo di sue lettere indirizzate ad Abram Grigor’evič Višnjak, – fondatore della casa editrice russo-berlinese Gelikon, che negli anni Venti aveva pubblicato le sue due raccolte poetiche Separazione e Mestiere, – in vista di una possibile pubblicazione come breve romanzo epistolare da accludere alla Lettera all’Amazzone.

 

Marina Cvetaeva aveva incontrato Višnjak a Berlino nel 1922 attraverso Il’ja Erenburg e se ne era innamorata: la passione era stata passeggera, ma intensa, e le aveva ispirato alcune fra le sue pagine più belle sull’amore. Il titolo di quest’opera è fluttuante, indicata in genere con Nove lettere, con una decima non restituita e un’undicesima ricevuta, (perché effettivamente quando Višnjak gliele restituì, tenne per sé la decima: come indicato nella lettera a Vera Bunina del 24 agosto 1933) o più genericamente Lettere (Lettres), prenderà molto più tardi il titolo di Le notti fiorentine, poiché Abram Višnjak aveva dato a Cvetaeva una copia delle Notti fiorentine di Heinrich Heine che voleva farle tradurre.[4]

 

Il progetto era dunque quello di un libro costituito dai due testi Lettera all’Amazzone e Le notti fiorentine (le lettere a Višnjak), «un volumetto del tipo “Prose d’enfant”» (Cvetaeva, 1936) che proponeva due coniugazioni dell’amare: amare un essere del suo stesso sesso – una donna –, e amare un uomo, anche se in entrambi i casi il destino, rimaneva comunque tragico. Ciò che stava a cuore a Marina Cvetaeva era il grande struggimento, la sofferenza dello scacco finale. Nell’amare un uomo (Le notti fiorentine), la pena è l’estraneità, il male che si riceve; nell’amare una donna (Lettera all’Amazzone), l’impossibilità di avere un figlio da lei.

 

Marina Cvetaeva lavora a questi due testi quasi contemporaneamente e nella corrispondenza di quegli anni, numerosi sono i riferimenti ai tentativi e alla speranza di vederne la pubblicazione. Una speranza però sempre delusa. Nel 1934, rivede il testo della Lettera all’Amazzone, e continua ad apportarvi numerose correzioni fino al 1936.

Il 17 dicembre 1934, scrive ad Ariadna Berg: «Non ho fatto niente per il mio manoscritto – i miei manoscritti – ma oggi vado in città e cercherò di trovare qualcuno per ricopiarli (a macchina: odio la parola “battere”, tanto il suono, quanto l’oggetto)», e il 12 ottobre del 1935, quando cerca di recuperare i manoscritti, parla di una sistemazione de Le notti fiorentine presso Gallimard attraverso l’intermediazione di Brice Parain, responsabile della sezione letteratura russa della casa editrice, e marito di una sua ex compagna di scuola. Una sistemazione mai avvenuta:

 

Cara Ariadna,

Comincerò da una richiesta urgente: procurarvi e restituirmi entrambi i manoscritti: 1) le Gars (poema) e 2) Neuf lettres (prosa), dati in visione a un Vostro conoscente francese (segretario? di una rivista).

Entrambe queste opere mi sono urgentemente necessarie per un mio (possibile) intervento in Svizzera e, allora – una loro possibile pubblicazione – sempre lì.

Altri esemplari non ne ho, ho soltanto le brutte copie, ma la faccenda è urgente, poiché, per ricevere l’invito, devo prima inviare il materiale.

Sono disperata al pensiero che il francese possa averli persi – visto che così già una volta, nel salotto di Nathalie Clifford-Barney – a me (alle stesse opere) – è successo. Non ha fatto nulla (dopo aver promesso tutto! lei aveva una sua casa editrice) e li ha persi. (Io non associo Voi con la Barney – Dio mi scampi! Conosco la Vostra buona volontà nei miei confronti, però le mie opere – in mano a un estraneo!)

Vi supplico.

Se le avessi avute in mano quest’estate – l’intervento svizzero sarebbe certo, – al sud ho incontrato una svizzera russa, dottore in letteratura presso l’Università di Basilea, e da lei dipendeva tutto, ma senza le opere lei non ha potuto e non potrà – nulla. –

Vi supplico! – […]

Al sud c’erano anche i Parain (N.R.F.), e sono riuscita benissimo a sistemare la mia prosa (Lettres). Fatalità. Quando me la sarò un po’ cavata, cercheremo di organizzare un incontro.[5]

 

Il 1° giugno 1936 – quando si prospetta, nuovamente, la possibilità di una pubblicazione presso «Journal des Poètes» – si rivolge ancora ad Ariadna Berg perché ha dimenticato presso di lei il quaderno17 comprendente la Lettera all’Amazzone, e le scrive:

 

Cara Ariadna,

Una grande richiesta: ieri ho dimenticato da Voi il mio quaderno rossiccio, dal quale leggevo (un quaderno di scuola, sulla prima pagina Lettre à l’Amazone – sul tavolino), ma, per l’appunto, rientrando ho trovato una lettera della Šachovskaja, in cui mi chiede di spedirle al più presto il manoscritto per mostrarlo al Journal des Poètes. Perciò Vi prego se possibile di spedirmi subito il quaderno (recommandé, perché io ho soltanto la prima brutta copia e molto ho trovato – nel processo di trascrizione). Vi sarò molto grata. (Freud dice che chi dimentica una cosa a casa di un altro la dimentica per non andarsene via del tutto. In tale smemoratezza – prima di tutto – c’è fiducia).

[…]

Da Ol’ga Nikolaevna niente, la Šachovskaja mi ha scritto subito, sogna molto un mio libro francese, ma mi sollecita il manoscritto, perciò ancora una volta Vi prego, cara Ariadna – speditemelo subito, senza aspettare sabato, perché un giorno o due se ne vanno nelle correzioni definitive.

[…]

P.S.

Mandatemi, per favore, l’indirizzo e l’esatta grafia del cognome di Lucien: (de Neck? Denek? o – una terza?). Voglio chiedergli informazioni sul destino dell’altro mio manoscritto, che ho lasciato da lui – sono come un cuculo che ha sparpagliato i suoi uccellini – e raccontargli di Voi, della nostra amichevole conversazione su di lui – gli farà piacere. Lui pure è un uccellino (come i miei manoscritti!)»[6].

 

Alla fine di maggio, Cvetaeva aveva trascorso una settimana a Bruxelles dove Ol’ga Vol’ters - Ol’ga Nikolaevna, moglie di Boris Vol’ters, fratello di Ariadna Berg – le aveva organizzato una serata di lettura pubblica. Nella lettera del 28 maggio 1936 a Zinajda Šachovskaja, che collaborava alla rivista e casa editrice belga «Journal des Poètes», scrive: «Tra una settimana, dieci giorni, chiedete le mie “Lettres” a O. N. Vol’ters e, se lei non le ha ancora, pregatela di farsele restituire (si trovano presso un signore che si chiama Lucien, altro non so). E poi scrivetemi immancabilmente le vostre impressioni». Nella lettera del 5 giugno 1936, il progetto di un destino comune appare ben definito:

 

…per quanto riguarda il mio manoscritto – veramente si tratta di un dattiloscritto – fatelo leggere, dopo averlo letto Voi stessa, a chi di dovere del «Journal des Poètes». Vorrei poco per un libro, ne ho un altro dello stesso genere, fisicamente più piccolo. Questo e quello costituirebbero un volumetto del tipo «Prose d’enfant». Questa seconda cosa ve la spedirò…[7]

 

E il 22 giugno:

 

chiedete a Ol’ga Nikolaevna notizie del mio manoscritto. Il fatto è che io a quel signore, che mi ascoltava con tanta attenzione, al quale […] ho raccontato il mio “Prode” e al quale […] ho dato le mie “Lettres” – lui non scrive, ma legge meravigliosamente, il fatto è che a quel signore (si chiama Lucien, è un amico di O. N.) ho scritto – e lui (quanti signori, e quanti pochi Signori nella mia vita!) non mi ha risposto – e io non posso più scrivergli. Quasi sempre ho scritto – per prima e mai – una seconda volta. Sarebbe bene recuperare queste “Lettres”, poiché una persona che può non rispondere a una lettera, può anche perdere un manoscritto…[8]

 

La pubblicazione non ebbe mai luogo e il destino del libro andò ad aggiungersi a quello delle altre opere in francese di Marina Cvetaeva. I due testi sono stati pubblicati solo postumi e separati…

 

 

2. L’Amazzone

 

Il vento va verso il sud, gira verso il nord, va girando continuamente,

ritorna sopra i suoi giri il vento.

 

Ecclesiaste 1,6

 

 

La Lettera all’Amazzone è un’“epistola-trattato” (S. Vitale) di straordinaria intensità poetica e confessionale, che sviluppa una meditazione profonda sull’amore assoluto, sull’identità e sulla solitudine dell’essere che ama al di fuori delle norme sociali. L’opera si configura come una lunga invocazione all’amata, in cui il sentimento non è mai descritto in termini quotidiani o psicologici, ma elevato a esperienza metafisica, totalizzante, capace di ridefinire la percezione del sé e del mondo.

 

Cvetaeva trasforma l’oggetto dell’amore in una forza inevitabile, fatale, destinata, che supera ogni distinzione tra soggetto e alterità. L’eros viene così associato tanto alla pienezza, quanto al rischio di dissoluzione, poiché amare significa esporsi senza difese, “vivere sull’orlo”, in una condizione liminale tra estasi e annientamento.

La scrittura assume un ritmo febbrile, fatto di immagini ardenti, contrasti e slanci improvvisi, che restituiscono la tensione emotiva di un sentimento vissuto come necessità spirituale più che come scelta.

 

Allo stesso tempo, nell’opera emerge una dimensione di orgogliosa rivendicazione: l’amore tra donne, pur escluso o silenziato dalla morale dominante, viene affermato come verità interiore incontestabile, sottratta al giudizio esterno e fondata su una comunione di anime che trascende il corpo. La forma epistolare diventa dunque uno spazio di libertà radicale, dove parola poetica e confessione coincidono, permettendo all’autrice di esprimere una soggettività femminile intensa, tragica e irriducibile, segnata dalla consapevolezza che la grandezza dell’amore risiede proprio nella sua impossibilità di trovare posto nel mondo ordinario.

 

 

3. Maternità

Rinuncia? Lotta pietrificata

 

Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone

 

 

Uno dei punti di massima tensione tragica, nella Lettera è la questione della maternità, che emerge come introducendo una frattura nell’assolutezza dell’amore tra le due donne e costringendo la voce epistolare a confrontarsi con il limite del tempo, del corpo, della natura:

 

Infine, arriva il grido disperato, nudo, irrimediabile: “Un figlio da te!”

 

Non ci sono condanne religiose o sociali, Cvetaeva infatti, si relaziona alla nascita come a un evento che allontana e redistribuisce l’energia dell’amore, perché “il figlio prende tutto”, sottraendo alla passione quella totalità che la definiva. L’amore autentico, suggerisce Cvetaeva, è per sua natura esclusivo e indivisibile, e la maternità viene percepita non solo come compimento, ma anche come perdita irreparabile della fusione originaria. In questo senso, essa si carica di un valore simbolico ambivalente: da un lato è potenza creatrice, dall’altro segna la fine dell’eternità amorosa, ne sancisce lo scacco definitivo.

Tale consapevolezza conferisce alla Lettera all’Amazzone un tono profondamente elegiaco, in cui ogni realizzazione comporta una rinuncia e ogni nascita implica una separazione, rivelando la visione, tipica di Cvetaeva, di un amore assoluto, destinato, proprio per la sua purezza, a non trovare pieno spazio nel mondo reale.

 

Annalisa Comes

 

 


 

[1] Il ragazzo (Le gars), è il rifacimento e auto-traduzione dal russo del poema Mólodec (Il Prode), per il quale si rinvia a Marina Cvetaeva, Il ragazzo, a cura di Annalisa Comes, Le Lettere, Firenze 2016.  Cfr. V. Schweitzer, Marina Cvetaeva. I giorni e le opere, trad. di Claudia Zonghetti con uno scritto di Serena Vitale, Mondadori, Milano 2006, pp. 405 e ss.; Serena Vitale in Cvetaeva Deserti luoghi. Lettere 1925-1941. A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano 1989, p. 474 nota 3; Simon Karlinsky, Marina Cvetaeva, trad. di Donatella Sant’Elia, Guida, Roma 1985 p. 248. Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, a cura di Serena Vitale, Guanda, Milano, 1981 e Natalie Clifford Barney, Marina Cvetaeva, Valeria Viganò, Amazzoni, a cura di V. Viganò, Iacobelli, Roma 2018. Più recente, la pubblicazione di un cahier rouge, un quaderno di appunti e brogliacci di Marina Cvetaeva dove si trovano due redazioni della Lettera all’Amazzone: Marina Tsvetaeva, Le Cahier rouge. Traduit du russe et annoté par Caroline Béranger et Véroniquev Lossky. Avant-propos Georges Nivat. Préface Véronique Lossky. Postface Caroline Béranger, Éditions des Syrtes, Paris 2011, in particolare le pp. 101-121 per il testo, e la postfazione di Bérenger, pp. 186-187; cfr. anche Écrire en français, in Marina Tsvetaeva, Vivre dans le feu. Confessions. Présenté par Tzvetan Todorov. Traduit du russe par N. Dubourvieux, Robert Laffont, Paris 2005, pp. 288-310. L’edizione Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone. Prefazione di Erri De Luca. Introduzione di Annalisa Comes. Traduzione di Angelo Pavia, Castelvecchi, Roma 2016, tiene conto anche del cahier rouge.

[2] Nel 1926 Remy de Gourmont le indirizzerà, nuovamente, le Lettere intime all’Amazzone (Lettres intimes à l’Amazone), rendendo Clifford Barney famosa come L’Amazone de Remy de Gourmont – frase che fu poi riportata sulla sua lapide.

[3] Con una genealogia retrospettiva, Cvetaeva ne fa risalire l’incontro predestinato, sotto forma di un calco di gesso, addirittura alla sua prima giovinezza, come racconta nel brano Charlottenburg della versione francese di Mio padre e il suo museo: Annalisa Comes, In Francia mi si è gelato il cuore. L’esilio francese di Marina Cvetaeva: 1925-1939, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 187-190.

[4] Nel titolo Nove lettere, con una decima non restituita e un’undicesima ricevuta di Cvetaeva tenderei a sentire l’eco del volumetto di Marcel Proust, uscito nel 1931 per le Éditions de la Sirène, Huit lettres. Un rendez-vous che raccoglieva otto lettere scambiate fra Proust e Anna de Noailles – poetessa fortemente apprezzata da Proust e amata da Cvetaeva (si veda, dello stesso anno: Lettres à la comtesse de Noailles, 1901-1919, présentées par la comtesse de Noailles et suivies d’un article de Marcel Proust, Plon, Paris). Cfr. A. Comes, In Francia mi si è gelato il cuore, cit., “Lettera ad Anna de Noailles”, pp. 147-149. Per l’edizione di questo testo: Marina Cvetaeva, Le notti fiorentine, a cura di Serena Vitale, Voland, Roma 2011.

[5] Marina Cvetaeva, Lettere ad Ariadna Berg 1934-1939. A cura di Luciana Montagnani, Archinto, Milano 1990, pp. 4-5 e 28-29.

[6] M. Cvetaeva, Lettere ad Ariadna Berg, cit., pp. 34-35

[7] Lettere riportate da Serena Vitale nella sua Prefazione a M. Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, cit., pp. 16-17, mio il corsivo.

[8] M. Cvetaeva, Lettere ad Ariadna Berg, cit., nota 51 pp.105-106.

Giorgio Anelli

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