In un mondo senza fede, pieno di pericolo, in un mondo quasi più senza fede, risplende l’ultimo libro di poesie di Marina Cvetaeva, edito dalle edizioni Magog. S’intitola Preghiere, ed è come un dono che cade a precipizio nelle tasche del nulla per ingolfare con nuovo linguaggio le tenebre di luce.
Le poesie (alcune delle quali inedite, sottolinea Davide Brullo), sono come grani da sgranare; gesto ormai dimenticato quanto propizio.
Ma i versi non sono docili o mediocri. Questi versi assomigliano piuttosto a rosari antichi, splendenti di pietre preziose, sfoggiati inginocchiati al freddo delle chiese buie. Quando tutto aveva un senso. Quando i valori erano pregni del loro significato. Quando una parola data era una parola data. E le prediche in chiesa erano toccanti scintille.
Ma oggi come allora, la realtà della ferocia non dà tregua a nessuno. La ferocia è un inciampo per il poeta come per il fanciullo, per la madre come per il padre.
Non si è mai tranquilli. Si è disarcionati persino dall’assoluto.
(Giorgio Anelli)
“Al mio petto,
Bambino, aggrappati:
Nascere è cader nel tempoˮ
Dio
3.
Oh, non legatelo
Ai vostri simboli e pesantezze!
Egli passa per il più piccolo foro
Come un agile acrobata…
Attraverso i ponti girevoli e
Con gli uccelli migratori,
Per i pali del telegrafo
Dio - se ne va via da noi.
Oh, non educatelo
Alla stanzialità e alla sorte!
Nella poltiglia stagna dei sentimenti
Egli è il grigio banco di ghiaccio del disgelo.
Oh, non trattenetelo!
Nel domestico sottovaso
Dio - come la begonia di casa
Alla finestra non fiorisce!
Tutti sotto il tetto a volta
Attendevano la chiamata e l’artefice.
E poeti e aviatori -
Tutti hanno disperato.
Perché egli corre - è movimento.
Perché il grande libro
Delle stelle, dalla A alla Z,
È solo la scia del suo mantello!
5 ottobre 1922
Marina Cvetaeva
