Lipovetsky nella sua lectio magistralis sosteneva che l'ipermoderno è caratterizzato dalla velocità, dall'incessante immersione nel presente, dal culto dell'individuo, nell'arte dal ritorno al passato. In realtà esiste l'individualismo in teoria, ma l'individuo è sempre più omologato, massificato, spersonalizzato, disumanizzato. Lipovetsky sosteneva che l'ipermoderno era caratterizzato dal ritorno del passato perché, come spiegavano altri suoi estimatori, in tutta Europa aprivano continuamente nuovi musei. Ma se guardiamo la collettività e le masse, allora non esiste più memoria storica, nella maggioranza dei casi, indipendentemente dalla cultura ufficiale. Non solo, ma sempre le masse con il loro turismo culturale fruiscono in modo molto occasionale, sporadico e superficiale dei musei.
Il paragone non mi sembra calzante perché oggi l'arte stessa dipende più dal mercato che dal museo. Su una cosa aveva totalmente ragione Lipovetsky, ovvero su questo strano contrasto stridente, questa continua disarmonia tra globale e locale, tra globalizzazione del mercato più che dei diritti dei lavoratori e crescita esponenziale dei particolarismi per ritrovare una parvenza di identità sociale, di comunità e di radici, anche se vana e in ogni caso illusoria. È in fondo un aspetto che rileva anche Bauman nella sua società liquida, anche se nel caso specifico tratta più che altro del rapporto tra criminalità e cittadini che se raggiungono il benessere, si rinchiudono armate spesso in zone residenziali, protette dalla vigilanza e videosorvegliate. Insomma, è il passaggio forse automatico dal complotto, idea prevalente sia della mentalità comune che di tanta letteratura americana del secondo Novecento, alla paranoia e all'angoscia persecutoria contemporanea.
Bauman pone l'accento sulla precarietà onnipervasiva, mentre Lipovetsky sul rapporto esclusivo tra individuo e contemporaneità e non sottovaluta un nuovo elemento portante, ovvero il relativismo problematico, controverso, in parte più teorico e professato che realizzato, derivante dal multiculturalismo.
In ogni caso l'uomo occidentale è no future, nel senso che non aspetta il domani e non conosce la dimensione della speranza oppure per inerzia un'esile speranza, più fisiologica che altro, è l'unica illusione necessaria che gli è rimasta, ma che nella vita adulta va gradualmente ad assottigliarsi giorno dopo giorno.
L'ipermoderno sarebbe di conseguenza un'intensificazione e al contempo un'accelerazione del moderno. Bisognerebbe però ritornare al mare dell'oggettività di Calvino, secondo cui la civiltà occidentale era contrassegnata dalla crisi dell'io di fronte a dati, tecnica e cultura di massa. Esaurita la funzione delle avanguardie storiche e della neoavanguardia, finita la festa del postmoderno o terminato il weekend postmoderno tondelliano con le sue citazioni ludiche, la sua rielaborazione critica di frammenti eterogenei, caotici e divergenti e il suo non credere a niente, oggi manca una visione, e forse l'unico modo efficace per ripristinare il rapporto tra letteratura e realtà è proprio quello di ripensare il realismo.
La letteratura, la poesia contemporanea non possono certo ritornare al realismo ottocentesco, al Neorealismo e neanche possono tentare di imitare l'iperrealismo perché non possono utilizzare la tecnica fotografica o imitare la fotografia. Il documentarismo non è più possibile perché ci sono già vecchi e nuovi mass media, che aderiscono totalmente alla realtà. Un tempo c'erano due modi prevalentemente per intendere il rapporto tra individuo e realtà, ovvero l'interazione tra io e mondo: l'intelletto passivo che si adegua alle cose tramite i sensi, secondo la concezione di San Tommaso D'Aquino, oppure lo schematismo trascendentale di Kant, secondo cui noi conosciamo attivamente il reale tramite le nostre categorie mentali.
A onor del vero, se un tempo il realismo sosteneva che il mondo esisteva anche senza di noi, noi esseri umani siamo gli unici che possiamo decifrare il mondo tramite linguaggio e pensiero. A onor del vero, se l'idealismo sosteneva che tutto scaturisce dal pensiero, oggi sappiamo che ciò non è vero, anche se senza la mente non potremmo conoscere la realtà e il pensiero è l'unico modo per conoscerla. Tra realismo ingenuo e Iperuranio platonico la verità sta a metà, e la conoscenza umana è un'interfaccia tra interiorità e mondo.
Ma in uno scrittore, in un poeta non esiste mai un equilibrio tra le due cose perché c'è sempre chi privilegia l'interno e chi privilegia l'esterno. Kafka, ad esempio, sosteneva che bisognasse privilegiare il mondo. Esistono poi i meccanismi di difesa dell'io, per dirla alla Freud, che possono diventare una lente deformante: nella realtà esterna si può proiettare patologicamente sé stessi, oppure nel proprio io si possono introiettare gli altri come elementi fantasmatici più che come persone reali. L'aderenza alla realtà oggettiva o soggettiva dipende dalla personalità di base disturbata o meno, anche se ci sono stati artisti, poeti e scrittori mentalmente disturbati, però appunto il loro non era spesso realismo disincantato e veritiero, ma il loro stile era fortemente intriso da una grande capacità immaginativa e visionaria. Non solo, ma per quanto per scrittori e poeti realisti si intendono coloro che descrivono prevalentemente il mondo esterno, va detto che anche un buon poeta neolirico e intimista può essere a suo modo realista. Infatti non esiste solo la realtà esteriore ma anche quella interiore; anche l'io più ipertrofico è frutto del rapporto tra eredità e ambiente, tra natura e cultura; ogni linguaggio interiore è caratterizzato dalla sincronia; ogni psicologia individuale del profondo è condizionata dall'inconscio collettivo; ogni individuo è determinato dalla cronaca, dalla storia, dall'economia e, in senso lato, dal mondo.
Insomma, si ritorna al discorso che nella soggettività può essere assimilato il mondo e che l'io può rispecchiarsi nella realtà. In fondo, anche la frammentazione, la dispersione o la moltiplicazione dell'io nella poesia italiana contemporanea, che rilevano molti critici, sono prodotti ben determinati della civiltà occidentale odierna. Di conseguenza in poesia, in letteratura non necessariamente la riduzione dell'io neoavanguardista deve essere un obbligo imprescindibile e un imperativo stilistico da accogliere a priori. Ogni realtà viene interpretata, filtrata, rielaborata in partenza dalle aspettative inconsce, di cui parla Popper, dalla precomprensione di cui scrive Gadamer. Il problema maggiore è che un tempo, come scriveva Gadamer, i quadri di Van Gogh ritraevano una Provenza che nessuno prima aveva rappresentato, mentre oggi non esistono aspetti inediti che l'arte può scoprire perché i mass media arrivano prima e ovunque. Esiste quindi la questione del contenuto di verità nella letteratura.
Se si crede come Vattimo che l'arte non possa dire niente di nuovo che le comunicazioni di massa e le scienze umane non riescano a dire, ebbene siamo giunti al capolinea, alla morte hegeliana dell'arte, al grado zero della scrittura. Personalmente ritengo che Vattimo avesse torto perché quando Pagliarani scrive della ragazza Carla, fa un affresco veritiero del mondo impiegatizio milanese di decenni fa, e quando Luzi scrive che “muore ignominiosamente la Repubblica”, in pochi versi ritrae magistralmente un periodo storico. La stessa cosa avviene talvolta, anche se più di rado, nella canzone d'autore, come quando Battiato canta “Povera patria”. Inoltre c'è il problema del valore della testimonianza e del rapporto tra autore e opera, che inizia in Occidente con il paradosso del mentitore, passa dalla critica biografica, dalla fine del soggetto cartesiano, dalle subpersonalità di Pessoa e di Pirandello, dai maestri del sospetto e termina provvisoriamente oggi con i significati possibili dell'autenticità in letteratura e in poesia.
Certamente un problema del realismo, che è ontologico e antropologico al tempo stesso, è che, ricordando Eliot, “il genere umano non può sopportare troppa realtà”. Baudelaire usò una terza via non realista, ovvero il simbolismo, scaturito da corrispondenze tra paesaggi urbani e stati d'animo. Il rapporto tra realtà e immaginazione è controverso. Possono essere due vasi comunicanti. L'immaginazione nella fantascienza può superare la realtà, anticipando i tempi e il futuro.
Nella poesia del trauma è la realtà che supera l'immaginazione perché un evento traumatico è sempre inaspettato e appunto inimmaginabile. Eliot e il primo Montale usarono il correlativo oggettivo (definito dallo stesso Eliot l'equivalente emotivo del pensiero), ovvero gli oggetti diventavano simboli e metafore della condizione esistenziale. Ma se il simbolo dagli studiosi viene definito un segno-immagine, oggi contano sempre più le immagini e pochissimo i segni.
Il realismo magico, felice connubio tra oggettività e sogno, prima ancora che per motivi letterari per ragioni socioculturali, trova il suo massimo splendore in Sudamerica. In Italia Zavattini e Delfini sono più che altro surrealisti, Calvino è un neosperimentale, Buzzati e Landolfi sono da annoverare tra i fantastici e il realismo del primo è rintracciabile soprattutto nei suoi articoli, Manganelli fa parte del gruppo 63. Poi ognuno in Italia intende il realismo a suo modo e lo declina in uno stile personalissimo.
Un convegno a cui parteciparono Malerba e Zavattini si intitolava appunto “Il realismo secondo me”. Oggi l'unico realismo possibile è il realismo sporco, ad esempio di Carver e Bukowski che dissacra il sogno americano. L'unico realismo possibile non è quello che punta su una realtà inedita e fino ad allora rappresentata, perché oggi i media rappresentano tutto e tutti, ma quello che riporta a galla, fa riemergere in parte il rimosso collettivo.
La letteratura non dovrebbe cercare ciò di cui i media non trattano ma ciò di cui i media trattano poco e in modo marginale. Ci vorrebbe un realismo realistico. Il paradosso è che da un lato i mass media rappresentano tutto e dall'altro lato questo mondo è sempre più irrappresentabile. Lo choc verbale, lo sguardo obliquo, lo straniamento non sono più possibili oggi. La mimesi non è più possibile in un mondo antimimetico per i suoi flussi rizomatici, magmatici, inarrestabili. Le parole hanno peso solo quando comunicano dati, notizie e conoscenze tecniche. Finita l'epoca della prima concezione wittgensteiniana del linguaggio come raffigurazione della realtà, resta solo la seconda concezione wittgensteiniana del linguaggio come gioco, le cui regole si imparano giocando e le regole sono esclusivamente dettate dalla tecnocrazia, dai mass media, dal liberismo, dalla scienza. Finita l'epoca delle ideologie, mancano le interpretazioni generali; i tuttologi sono perdigiorno gigioni e inconcludenti; l'archeologia foucaultiana del sapere è impossibile perché parole e cose hanno divorziato da tempo; perciò i più accorti in tutta questa frammentazione del sapere, che va ben oltre le due culture di Snow, si scelgono un ramo minuscolo dello scibile umano, sperando che non diventi in futuro un ramo secco da eliminare definitivamente.
Non è dato sapere con certezza se questa frammentazione del sapere dipenda dalla complessità del mondo o dalla parcellizzazione della ricerca universitaria. Forse dipende da entrambe le cose, perché anche il mondo del business è complesso e le facoltà umanistiche per fare ricerche hanno bisogno dei finanziamenti dei privati e delle aziende. A ogni modo, nella civiltà dell'immagine le parole al massimo trovano modo di essere come didascalia di icone, slogan politici o pubblicitari efficaci o per una ristretta élite nel lavoro accademico, nel saggio, frutto di gergo specialistico e con ricca bibliografia. Il resto è soggettivismo utopico nell'epoca della crisi del soggetto.
E allora la poesia diventa ornamentale, decorativa e quindi superflua, inutile al massimo livello. Tutti scrivono poesie, ma se tutto è poesia, niente è poesia. Cosa resta allora alla poesia? Cosa resta allora della poesia?!? La letteratura dovrebbe avere in teoria la missione di rielaborare traumi collettivi, e la collettività non vuole la letteratura ma solo evasione fine a sé stessa, intrattenimento, fuffa, roba commerciale, pornografia. Restano solo le icone. Tutto si riduce a un'iconografia e non più a una semiologia dei mass media.
Il nuovo realismo dovrebbe anche smascherare la narrazione egemone e le sue bugie. Però si giunge in un limbo perché la letteratura finirebbe per diventare giornalismo d'inchiesta, giornalismo partecipativo o controinformazione.
Secondo un'idea nobile della letteratura ci sarebbe quindi uno scadimento del genere. È chiaro che questo smascheramento dei media ufficiali dovrebbe avere dignità letteraria. Il problema è tutto lì. Inoltre, c'è il problema che anche lo scrittore più realista trasfigura, enfatizza e mitizza alcuni aspetti del reale. L'autofiction ormai è un genere narrativo inflazionato e troppo risaputo. Ha dato il meglio con Walter Siti e Giuseppe Genna, però non è più nuovo e neanche si può trovare il nuovo nel vecchio, perché non è ancora vecchio.
In definitiva, oggi è una strada troppo trafficata. Ci potrebbe essere un'altra via: quella del realismo terminale, ideato dal poeta Guido Oldani, la cui analisi del reale è puntuale, esauriente e pregnante, ma tramite la similitudine rovesciata, proposta dal movimento letterario, si può incorrere nel rischio, anche se improbabile, di fare una mimesi degli artefatti tecnologici e di far prevalere troppo le cose sulle parole.
Ricapitolando, al di là delle poetiche, della kunstwollen, poi conta l'esito felice o meno perché in poesia, come sosteneva Zanzotto, vige l'eterogenesi dei fini, e molto semplicemente si cerca una cosa e se ne trova un'altra. Sempre Zanzotto dichiarava che era molto difficile trovare il ramo d'oro in poesia. E questo vale da sempre per tutti, indistintamente.
Davide Morelli
